Chi è Arnaldo Ninfali

Arnaldo Ninfali nasce a Vigarano Mainarda (FE) il 2 maggio 1948. Dal 1968 vive a Verona, dove ha insegnato lettere in alcuni licei cittadini sino al 2011, anno in cui matura i requisiti per la quiescenza. Sino alla metà degli anni ottanta, tuttavia, è impiegato come contabile presso un'industria manifatturiera, dal cui ambiente oppressivo sente presto il bisogno di fuggire. A dargli la forza per realizzare il suo piano di fuga contribuisce, in quel periodo, la riscoperta del sapere astratto, che lo conquista a tal punto da indurlo a proseguire gli studi umanistici interrotti anzitempo. Così, dopo alcuni anni di intenso, ma gratificante, impegno da studente-lavoratore, si laurea in pedagogia e diviene insegnante.

Al 2010 risale la sua prima pubblicazione, il romanzo breve Il Diavolo (Statale 11 Editore, VI), ma nel 2012 l'opera viene rieditata – in forma riveduta e integrata –, per Este Edition (FE), col titolo Scandalo '60 ritorno a Ferrara. Con questa definitiva versione risulterà finalista al concorso “Protagonisti 2012”. La vela e altri racconti è pertanto il suo terzo lavoro, ed è ispirato a quell'ambiente scolastico da cui l'autore si è da poco accomiatato. La maggior parte dei dieci racconti tratteggia infatti, in modo spesso ironico e caricaturale, personaggi e situazioni consueti nella scuola di oggi. Anche in Scandalo '60 – ritorno a Ferrara, del resto, è presente la scuola, anche se una scuola d'altri tempi gestita da un collegio di religiosi succubi di tabù e pregiudizi che rendono insopportabile la vita dei giovani convittori.

Quattro racconti della silloge La vela e altri racconti sono stati inclusi nell'antologia narrativa in e-book n. 13 edita da Opera Uno e, uno in particolare, dal titolo Il racconto, è risultato vincitore al concorso “il più votato dai lettori”.

Oltre all'impegno letterario, Ninfali intrattiene anche un rapporto di collaborazione con la testata sportiva on-line Lospallino.com, ispirata alla S.P.A.L., la squadra calcistica della sua città natale: Ferrara. Vi cura la rubrica “Storie di SPAL”, con interviste a vecchie glorie biancoazzurre o racconti di aneddoti ed episodi dei tempi d'oro del sodalizio estense. Questo diletto, che ad alcuni può sembrare frivolo, arricchisce oggi la sua vita di nuove conoscenze ed esperienze, e gli offre la possibilità di un fecondo dibattito sul mondo del calcio - e dello sport in genere - che rinnova, in un contesto extra-scolastico, quell'interscambio educativo che da insegnante ha sperimentato per tanti anni.

Ninfali si dedica anche alla poesia. Alcuni dei suoi componimenti sono stati inclusi nell'antologia poetica in e-book n. 15 edita dalla Casa Editrice Opera Uno. Tra queste spicca la lirica Illusioni notturne, risultata seconda classificata al Concorso Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata 2013. Un'altra poesia, La voce del silenzio, è inclusa nel volume “Il Federiciano V edizione libro indaco”, edito da Aletti Editore.

Caro Arnaldo, raccontaci un po' più di te... +

Non ero fatto per quella professione: me ne convincevo sempre più, man mano che giorni, mesi e anni scorrevano monotoni e sempre uguali. Quello squallido ufficio ricavato in un angolo dell'officina con dei pannelli a vetrata che servivano al capo per vigilare sul lavoro degli operai quando era stanco di occuparsi del mio, mi era venuto in odio. L'odore acre degli elettrodi in fusione sul ferro che si saldava mi irritava la gola, e la sera faticavo a prender sonno per il tormento di una fastidiosa raucedine. I muri di cemento armato dello stabile esponevano l'ambiente a un'escursione termica notevole, con inverni siberiani ed esteti sahariane che a volte mi costringevano ad andare al lavoro con la febbre. Il chiasso dei macchinari in azione era assordante e, ogni volta che la porta comunicante con l'officina si apriva, l'improvviso frastuono che ne seguiva disturbava il mio lavoro, e dovevo ricominciare da capo le mie complicate operazioni contabili. Era così per otto ore al giorno, sino al venerdì e, in caso di necessità, altre quattro il sabato, pagate il doppio. Non era male lo stipendio, devo dire, e quando chiedevo un aumento, era difficile che mi fosse negato. Non mi dispiaceva neanche la partita doppia, che avevo imparato da autodidatta per continuare a guadagnarmi il pane.

Avevo già moglie e due figli, allora. Non era più tempo di bambocciate e quello straccio di lavoro che mi ero assicurato dovevo cercare di conservarlo. Se fino ad allora avevo preferito le lettere ai numeri, adesso, col mio bel diploma magistrale nel cassetto, dovevo buttarmi sui numeri e fare il ragioniere in un buco di ufficio squallido e polveroso. Me lo chiedevano i miei figli e mia moglie, la quale aveva cominciato a lavorare prima di me in un istituto ospedaliero come infermiera professionale.

Anni prima avevo abbandonato l'università, dopo sette esami sostenuti studiando a singhiozzo, conducendo una vita senza arte né parte e approfittando a piene mani degli agi parentali. Mi piaceva divertirmi e scorrazzare con la mia fuoriserie per le vie cittadine, inseguendo le mode e godendo di piacevoli compagnie. Intanto gli appuntamenti con gli esami saltavano sempre più spesso, per la gioia dei miei, coi quali ero ormai ai ferri corti. Poi, un bel giorno, accadde l'imponderabile: mi innamorai di colei che sarebbe diventata mia moglie. E fu la fine di una vita e l'inizio di un'altra, del tutto diversa.

Nell'arco di un paio d'anni divenni uomo e la mia piena maturazione si compì sotto la spinta determinante del lavoro. Appresi il senso di responsibilità e imparai a rinunciare per non cedere a compromessi che avrebbero limitato la mia libertà. Rinunciai a molti privilegi derivanti dall'agiatezza della mia famiglia d'origine e voltai pagina, definitivamente e senza tentennamenti. Ancora non sapevo che nella mia vita ci sarebbero state altre svolte significative, la più importante delle quali indotta dall'esistenza priva di stimoli che si sarebbe trascinata in quel malsano ufficio di cui ho detto sopra.

Eppure, credo di essere stato un discreto contabile. Nonostante l'ambiente sgradevole in cui stavo immerso, svolgevo con passione il mio lavoro ed ero contento quando il nostro commercialista di fiducia apprezzava lo stato dei libri contabili che gli presentavo. Accolsi con interesse e curiosità l'avvento della meccanizzazione, e mi applicai volentieri ad apprendere il sistema operativo e i programmi che facevano funzionare il calcolatore elettronico. Fui entusiasta della novità tecnologica e compresi che, qualsiasi cosa avessi fatto in futuro, non avrei potuto rinunciare al computer. Date queste premesse, devo dire che non avrei disdegnato occuparmi di amministrazione aziendale per il resto dei miei giorni: se solo il mio capo non si fosse ritenuto costantemente in diritto di sottopormi a un controllo asfissiante che non mi dava tregua. La diffidenza verso il mio operato era totale e le intrusioni nel mio campo d'azione la prassi quotidiana. In questo modo, egli sembrava volermi convincere delle mie gravi carenze professionali e, soprattutto, affermare che lui era il capo e, come tale, avrebbe potuto licenziarmi in ogni momento. Così decisi che, un giorno o l'altro, sarei stato io a licenziarmi, e tanto feci che arrivai ad essere in grado di farlo.

Non fu difficile rimettermi in discussione e iniziare il percorso che mi avrebbe portato a scoprire la mia vera vocazione. Se infatti, per necessità pratiche, avevo abbandonato gli studi umanistici, non per questo mi ero del tutto allontanato dagli interessi in quel campo. E ad un certo punto mi accorsi che, con l'accentuarsi della frustrazione professionale, sempre più venivo conquistato dalle grandi figure che avevano fatto la storia del pensiero ed erano state artefici dei progressi dello spirito umano. E ciò che mi sconvolse fu la riscoperta della filosofia, che non mi apparve più una mera noiosa materia scolastica, ma la ragione del nostro essere, agire, pensare, vivere. E capii finalmente – ahimè, solo in età adulta – il vero significato del sapere e della sua conquista attraverso lo studio. Se volevo essere libero – mi dissi - dovevo dedicarmi alla ricerca del sapere. Mi rammaricai della mia colpevole superficialità giovanile, ma me la presi anche con la scuola, che non aveva saputo coinvolgermi emotivamente e farmi sentire il fascino della genialità umana, nelle varie forme in cui è apparsa nel corso dei secoli.

Fu così che giurai a me stesso di diventare insegnante. Mi dissi che la scuola necessitava di qualcuno che fosse in grado di toccare il cuore e la mente dei giovani più distratti, perché non perdessero l'occasione di trarre giovamento dalla bellezza del sapere; e decisi di candidarmi io per quel compito. Così fui studente-lavoratore per alcuni anni, sino alla laurea in pedagogia con indirizzo filosofico.

Poi insegnai per ventitrè anni, durante i quali cercai sempre di tener fede al mio impegno di aver cura soprattutto dei più deboli, quelli più svantaggiati per estrazione sociale o risorse economiche. Non so in che misura ci sia riuscito, se in tutto o solo in parte. Io ci ho provato e solo le donne e gli uomini che ho contribuito a formare potrebbero oggi dare una risposta. Di una cosa però sono certo: che le aule scolastiche in cui ho insegnato, spesso anguste, affollate, chiassose e disadorne, non mi hanno mai fatto rimpiangere la partita doppia.

Cosa rappresentano per te i tuoi libri? +

I miei libri per me rappresentano lo specchio che riflette la mia anima. In essi vedo me stesso, coi pregi, i difetti, le manie, le paure, le debolezze, le fobie che mi trascino da una vita; che sono poi gli stessi tratti distintivi dell'umanità in cui sono immerso, quella che mi propongo di scrutare a fondo per essere in grado di raccontarla. I miei libri rappresentano proprio il tentativo di raccontare l'umanità con l'intento di conoscere me stesso in modo sempre più approfondito. Solo conoscendo sé stessi si può possedere la vita e dominarla con virile accettazione dei dolori e delle avversità che ci riserva.

Quali sono le cose a te più care? +

E' difficile essere sinceri nel descrivere sé stessi, soprattutto se alla sincerità si cerca di essere fedeli per principio. In ognuno infatti c'è sempre qualcosa che il pudore consiglia di non svelare, una debolezza che irrita la coscienza e provoca qualche intimo rossore. E poi si tende sempre a essere indulgenti con sé stessi, non si è mai degli arbitri imparziali, e c'è il pericolo di scadere in una sgradevole autocelebrazione. Ebbene, proprio per non apparire un noioso narcisista egocentrico, cercherò soprattutto di far parlare gli altri, aggiungendo qualcosa di mio quando proprio non potrò farne a meno.

Cominciamo da mia moglie. Il nostro matrimonio dura da più di quaranta anni: non ce ne siamo mai pentiti, ma col tempo, si sa, i coniugi sono convinti di conoscersi l'un l'altro in modo infallibile e, guarda caso, del partner vedono sempre i difetti e mai i pregi. Se pertanto mia moglie dice che sono pigro di natura, può darsi che lo sia; ma – aggiungo io - relativamente alle cose che lei vorrebbe che facessi. Se ad esempio a me non piace occuparmi di giardinaggio, mentre lei vorrebbe vedermi tra le aiuole dall'alba al tramonto, è chiaro che ai suoi occhi risulterò pigro. Sarebbe bello – o forse, chissà, brutto – avere tutti le stesse passioni, la stessa percezione delle necessità della vita e dell'utilità delle cose. Soprattutto nella coppia, ci sarebbero minori motivi di scontro, anche se la vita forse sarebbe più monotona. Io credo invece che le diverse inclinazioni personali siano una risorsa per mantenere vivo il legame affettivo, anche dopo molti anni di convivenza. Se invece di perdersi in sterili rampogne sui vistosi difetti del partner – in questo caso la pigrizia –, si cercasse di capire perché egli ci appare pigro, lo si osserverebbe con più obiettività e si scoprirebbe che la conoscenza che si ha di lui, o di lei, non è poi così perfetta. E la curiosità di conoscerlo/la fino in fondo sarebbe il sale che dà sapore al rapporto di coppia. Detto questo, la domanda che sorge spontanea è la seguente: sarà dunque vero che la pigrizia è un tratto distintivo del mio carattere?

Non lo so, non lo so davvero. So invece che coltivo delle passioni, ho degli interessi, sento curiosità per il mondo e guardo al futuro come se avessi ancora davanti la vita intera. Certo, non posso dire che tutto mi piaccia, e, per questo, in ciò che non mi piace potrei anche risultare pigro.

Passiamo ora ai miei figli, una femmina e un maschio ormai adulti che contribuiscono al bilancio di due famiglie con le loro oneste professioni. Credono nei valori che mia moglie ed io abbiamo cercato di trasmettere loro, e questo è per noi motivo di consolazione. Li amiamo molto, ma non sarebbe necessario dirlo.

I miei figli concordano nel dire che io sono un po' despota e ci tengo ad avere sempre ragione. E nell'affermare ciò – udite, udite! -, questi birichini pretendono di avere ragione. Al che io rispondo che mentono e loro replicano che il mentitore sono io. Allora penso – ma non glielo dico – che potrebbero anche aver ragione, dal momento che – come si sa - buon sangue non mente. Che poi io qualche volta mi comporti da despota fatico ad accettarlo, dal momento che i dittatori li ho sempre detestati e non sopporto chi invoca l'avvento di un nuovo ordine per opera dell'uomo forte mandato dal destino. Certo che, allo stato attuale, il mio presunto dispotismo non li deve molto scomporre, dal momento che ormai sono in diritto di essere despoti coi loro figli.

Per ora, la loro prole consta di due angeliche creaure che si sono impadronite della mia anima. Hanno sette e due anni, e si chiamano Elisa e Marta. Di me parlano con gli occhi e mi dicono le cose più belle che un essere umano possa mai ascoltare: cose eterne, sacre, aliene da contrasti, diatribe, rivalità, incomprensioni, equivoci. Sono le due cose che generano la vita stessa: il bene e l'amore. Il giudizio sulla mia persona che più mi sta a cuore è quello che viene da loro. Vorrei che il destino mi concedesse di vederle crescere un po' e di ascoltarle a lungo pronunciare la parola “nonno”. A Elisa ho detto quanto mi piaccia la parola “nonno” sulle sue labbra, dedicandole una poesia, composta prima che Marta decidesse di affacciarsi alla vita. La riporto qui di seguito: si intitola Elisa, ma anche Marta potrebbe andar bene.

Elisa

 

Ti vorrei qui stasera, perché soli non si può

gareggiare a chi in cielo vede per primo la rondine.

La luna non risponde, se la chiamo,

perché tu conosci il suo dire

e con candide parole

lenisci le cosmiche solitudini.

 

Anche la luna ti desidera stasera.

 

Tu le parli e io la scruto nei tuoi occhi

brulicanti di stelle. E dalle tue pupille

odo sgorgare l'universale melodia:

luna e stelle che svelano al cuore il Perché.

E mi sovviene del tempo che mi vide

conversare con gli astri …

 

E mentre sospiro carezzandoti in volto

tu sembri capire e mi abbracci,

e solo chiamandomi nonno,

mi rassereni.

Credo di appartenere agli affetti più profondi delle mie nipotine e so per certo che loro non hanno mai riscontrato in me i segni di quel dispotismo di cui parlano il padre e la zia. Per ora, così piccole, non sono in grado di attribuirmi difetti, se non una certa rotondità fisica della quale Elisa va pazza.

A questo punto, a chi altri potrei chiedere di contribuire a fare di me un ritratto più veritiero possibile? I miei genitori, purtroppo non ci sono più, ma si sa: “Ogni scarrafone è bello a mamma soja”, come dicono a Napoli; e non avrebbero fatto molto testo. I miei ex alunni, ormai dispersi per le strade del mondo, a suo tempo avrebbero potuto dire di tutto e di più, ma la loro ottica sarebbe stata comunque parziale, perché limitata alla funzione istituzionale che la cattedra mi assegnava. Di amici ne ho pochi, ma da loro ho sempre riscosso stima e affetto, anche quando non sono stato in sintonia con le loro idee.

A questo punto, non resto che io stesso. Ecco, adesso si dirà che voglio avere sempre l'ultima parola. Ebbene sì, questa volta dirò la mia per ultimo, limitandomi però a segnalare dei tratti della mia personalità che possono trovare riscontro nei fatti. Chiunque mi conosce potrà confermare la veridicità delle mie affermazioni.

Ebbene, a me piace riflettere sui problemi del mondo ed esprimere su di essi le mie idee, nel rispetto delle opinioni altrui. Sulla base delle conoscenze che ne ricavo, attraverso lo studio e il confronto di opinioni, mi dedico all'attività politica. Considero infatti quest'ultima una delle più nobili attività che l'uomo possa intraprendere. Dall'esperienza di vita che vado così via via maturando, traggo poi spunto per raccontare storie verosimili che possano aiutare l'umanità a conoscersi meglio.

In veste di insegnante, ho sempre detto ai giovani che nella vita è necessario partecipare, esserci. Nella mia professione, ho avuto come mentore e guida Don Lorenzo Milani, il Priore di Barbiana. I CARE ("mi interessa", "mi sta a cuore": l'esatto contrario del fascista "me ne frego"), era il motto su cui fondava la sua opera educativa. Proseguendo su questa scia educativa, come obiettivo mi sono proposto di formare uomini e cittadini consapevoli, più che persone colte. Ho detto ai giovani che il sapere serve per essere liberi. Oggi mi consola la speranza che in molti l'abbiano capito.

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