Dal Lusetti al Ferraris, in un lustro il sogno si avvera e sui social si cerca il vero tifoso spallino

 

        Stadio Paolo Mazza, tribuna stampa

Verona, 29 settembre, 2018. Cinque anni fa come oggi la Spal giocava a Castiglione delle Stiviere la quinta giornata del girone A della C2,  e quel giorno al “Lusetti” c’ero anch’io. Ero là in veste di inviato per una testata online a cui offrivo la mia disinteressata collaborazione. Mi bastava aver accesso alla tribuna stampa del Mazza e a quelle di tutti gli stadi che ospitavano le trasferte bianco-azzurre. Ero contento così e svolgevo il mio compito con passione. Ora di quell’esperienza, oltre alla gradita amicizia di valenti editorialisti della carta stampata, mi resta il mio libro FEBBRE DI SPAL – viaggio sentimentale di un indomito tifoso dalla serie D alla B, Faust Editore, FE, 2016, che raccoglie gli articoli da me scritti nel corso dei quattro anni del mio proficuo lavoro. Ogni tanto mi accade di ritrovarmele tra le mani, le mie oltre trecento pagine avvolte in una bella copertina patinata, e ne provo orgoglio, assieme al rammarico per non aver potuto documentare gli esaltanti sviluppi di quel febbrone che ha restituito alla gloriosa Polisportiva la serie A dopo quarantanove anni. Ma – si sa – i casi della vita dettano legge e a volte impongono scelte non conformi alla nostra volontà. Così è, bisogna farsene una ragione e saper rinunciare con serenità.

Ma non divaghiamo troppo. Castiglione delle Stiviere, dicevo. Quel giorno acciuffammo nel finale un insperato pareggio, dopo un serio infortunio occorso al nostro Di Quinzio, in una partita che mise in luce paurosi sbandamenti difensivi. Ricordo che di quella scialba prestazione non scrissi quasi nulla, riferendo invece dell’incontro con una persona che mi riportò ai tempi della mia lontana giovinezza. Era il signor Livio Zecchi, custode del Mazza quando si chiamava “Comunale” e io e i miei amici vi trascorrevamo i pomeriggi ad assistere agli allenamenti dei giovanotti di Paolo Mazza. Gli strinsi la mano con calore, mentre mi diceva che mai avrebbe pensato di vedere la Spal in serie D.

Chi avrebbe detto quel giorno, uscendo sconsolati da quel piccolo stadio di paese, che di lì ad un lustro ci avrebbe atteso il Luigi Ferraris di Genova, il più nobile e antico stadio d’Italia? Invece è accaduto il miracolo, e oggi apparteniamo di diritto all’élite del calcio italiano. Intanto il nostro Mazza si è rigenerato e oggi ha l’aspetto di un elegante stadio inglese incastonato, come un diamante, nel complesso urbanistico cittadino. Tutti lo ammirano e ne tessono le lodi, e Ferrara ne va fiera.

     La Spal in trasferta solo qualche anno fa

Intanto i tifosi, nel godere di questa rinata età dell’oro così a lungo sognata, non trovano di meglio che disputare di massimi sistemi: si chiedono se sia disdicevole o meno lasciare gli spalti qualche minuto prima del fischio finale, a risultato acquisito; se il vero tifoso non sia solo quello che dalla bolgia della Ovest urla come un ossesso per novanta minuti più recupero, o solo quello che lo abbia fatto da sempre, anche quando si giocava contro l’Atletico Van Goof. Alcuni sostengono che, se si è sprovvisti di queste credenziali, si può pure andare a fare il tifo per il Zanzalino, che nessuno protesterà. Altri ammoniscono che, se uno è diventato tifoso della Juve ai tempi della C2, quando i media nazionali la Spal non se la filavano proprio, non si azzardi a intrufolarsi  tra i veri tifosi bianco-azzurri se non vuole essere cacciato a pedate nel fondoschiena.

   Lo Stadio Mazza, allora Stadio Littorio – il 20           settembre 1928, giorno dell’inaugurazione

Ecco, di questo tenore sono le problematiche pallonare che accendono animate discussioni sui social e sugli spalti del Mazza. Sino ad ora non vi ho partecipato e non ho nessuna intenzione di farlo in futuro, ma mi si consenta, in questa sede, di esprimere solo alcune personali riflessioni. Potrebbe accadere che presto io torni finalmente alla Spal ad assistere ad una partita da quella gradinata che per tanti anni ho considerato come la mia seconda casa. Ebbene, in quella occasione non mi sentirò in colpa se cederò qualche minuto di partita alla necessità di non restare per un’ora imbottigliato nel traffico. In secondo luogo, non mi sentirò un tifoso di serie B se non sacrificherò le corde vocali sull’altare della dea di biancazzurro vestita: di acciacchi, nella mia non più verde età, ne ho già abbastanza per aggiungerne un altro ben piazzato nella mia ugola benedetta. E poi, parliamoci chiaro, a me non importa una mazza avere o non avere l’etichetta di tifoso spallino, tanto più che la parola “tifoso” mi piace anche poco. Io sono appassionato di Spal: amo questo glorioso blasone da sempre, fin dai primi vagiti della mia età della ragione e rimasi affascinato dalla bellezza del calcio. L’ho detto ancora, mi pare: io amo la Spal perché amo il calcio e sogno che sia la Spal a interpretarlo nel modo più sublime. Se poi non ne sarà sempre capace, la delusione sarà meno cocente se saprò sportivamente apprezzare il calcio espresso dalla squadra avversaria.

Infine amici, lasciamo venire alla Spal chi vuole, a prescindere che sia stato sempre presente nei trascorsi anni bui. Se oggi viene, lo fa per vedere del bel calcio, quello che emerge solo se interpretato da grandi campioni, non dai comprimari di prima. E’ come per gli spettacoli all’Arena di Verona: se si esibiscono la Callas o Pavarotti – pace alle anime loro -, l’anfiteatro sarà gremito, se invece si tratterà solo di qualche cantante emergente, l’afflusso di pubblico sarà modesto. Teniamo presente che il calcio, in fin dei conti, non è che un grande spettacolo e, come tale, può coinvolgere emotivamente chiunque, fosse anche l’ultimo dei neofiti del pallone.

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