Imperdibile lezione di vera politica quella impartita da Mattia Fantinati in “Onestà, onestà!”

E’ uscito, per Este Edition (FE) e con la prefazione di Beppe Grillo, il libro di Mattia Fantinati Onestà, onestà! (pp. 105), dedicato a Grillo stesso e a Gianroberto Casaleggio, fondatori del Movimento Cinque Stelle e figure emblematiche di “chi continua a sognare nonostante tutto, chi non volta la testa di fronte alle ingiustizie, chi crede che si può sempre cambiare”. E’ una dedica che rivela indubbie affinità ideali tra i suddetti e l’autore, il quale si adopera per la realizzazione dei propri sogni come deputato della Repubblica italiana nella XVII legislatura.

Il libro trae ispirazione proprio dal suo impegno politico e fa riferimento a un episodio cruciale nel cammino parlamentare di Fantinati: il suo intervento al Meeting di Rimini 2015, in cui pronunciò un discorso che mise a nudo la vera natura del pio sodalizio conosciuto come Comunione e Liberazione. A molti presenti in sala quel giorno la filippica non piacque molto, tanto che, alla fine, Mattia – come racconta lui stesso – dovette guadagnare l’uscita con una certa sollecitudine. In effetti, l’onorevole “grillino” gliele aveva cantate senza abbuoni o sconti e guardando i mille occhi basiti che aveva di fronte col piglio severo di chi è sorretto dalla forza della verità.

Ebbene, quel discorso compare in apertura del libro, dopo i ringraziamenti di rito, e desta nel lettore un sentimento di ammirazione per quel giovane portavoce del popolo che ha avuto l’ardire di smascherare gli inganni che una casta di affaristi senza scrupoli ordisce a danno del prossimo in nome della religione. Il rigore morale che ispira l’intervento di Fantinati scatena una feroce invettiva contro il movimento giussaniano, colpevole di essersi allontanato dai primigeni scopi spirituali a vantaggio di altri di natura materiale. Quelle pagine zeppe di parole sferzanti, dure come macigni per chi in platea ancora temesse la voce della coscienza, evocano l’atmosfera di Lettera ai Giudici o Lettera a una professoressa di Don Milani, là dove il prete scomodo denuncia le ipocrisie di Chiesa e Stato, sempre coalizzati contro i più deboli a vantaggio dei detentori del potere. E quel giorno anche Mattia Fantinati dovette risultare piuttosto scomodo ai malcapitati ciellini che lo ascoltavano, soprattutto quando osò snocciolare i nomi di persone, o imprese, in affari con la Compagnia delle Opere, braccio operativo di C.L. in ambito economico-finanziario: soggetti coinvolti con la produzione di armi o inquisiti per corruzione, evasione fiscale o per altri infamanti delitti.

“Politica per chi, politica per cosa” si intitola il discorso di Fantinati, volendo affermare che la politica si esercita per il popolo e in funzione del bene comune. Sono questi i principi su cui si fonda il M5S e sui quali non si accettano deroghe o compromessi. Fantinati lo afferma con forza nella prima parte della relazione, per poi passare alla spietata denuncia del vero volto della congragazione fondata da don Giussani, affermando che “ … Comunione e Liberazione, la più potente lobby italiana, ha trasformato l’esperienza spirituale morale in un paravento di interessi personali, finalizzati sempre e comunque a denaro e potere”. Poi entra nel dettaglio e, in quella sala in cui si tiene il meeting della “falsa” amicizia, sono dolori per tutti.

Se le pagine del discorso evidenziano un linguaggio essenziale, per lo più paratattico nella sintassi e semplice nel lessico – non servono giri di parole per dire la verità -, quelle seguenti introducono in un’atmosfera narrativa simile al romanzo d’avventura e il lettore se ne appassiona come per la curiosità di scoprirne l’epilogo. Il linguaggio diventa più sereno e complesso, nel riferire l’avventura di Fantinati, iniziata con un invito inaspettato che lo disorienta e lo lascia nel dubbio se accettare o meno. Da una parte la platea che lo attende, subdola espressione di un potere occulto camuffato da devota comunità dedita ad opere di bene, dall’altra le schiene dritte dei pentastellati, che potrebbero equivocare sui reali motivi della sua eventuale accettazione: ce n’è abbastanza per lasciarsi prendere dal panico. Ma Fantinati mostra sangue freddo, chiede consiglio a colleghi e collaboratori; e chiede alla propria coscienza di ripercorrere il cammino fin lì percorso in politica per riportarne alla luce ideali e scopi. Alla fine accetterà l’invito e il suo intervento a Rimini, quel 26 agosto 2015, farà molto rumore. Naturalmente i giornali di potere saranno maggiormente interessati a sapere chi abbia scritto il suo discorso, piuttosto che intrattenersi sul merito della cruda realtà da lui descritta. Ma questa è materia di discussione di un altro problema.

In Onestà, onestà! Mattia Fantinati ci regala dunque il racconto di un’avventura, la quale insegna molto alle nuove generazioni, come a quei meno giovani che hanno vissuto la politica con distacco, come fosse affar d’altri e bastasse una x sulla scheda elettorale ogni tanto per alleggerirsi la coscienza. Nossignori, la politica – ci insegna Fantinati – è partecipazione assidua, impegno collettivo in vista di obiettivi comuni. E quando si è chiamati a esporsi in prima persona, lo si deve fare traendo gli stimoli giusti dalla forza della verità. Solo la Verità, quella che emerge dai fatti e non può essere smentita da vaghe astruserie cervellotiche, deve guidare il politico, il vero politico. La politica è infatti una nobile funzione e non va confusa con gli occulti maneggi di certi uomini di potere senza scrupoli.

Un libro (Onestà, onestà!, Este Edition, FE, pp. 105) quello di Fantinati, da proporre senz’altro ai giovani studenti delle scuole superiori.

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